Il Giardino

Giardino

Il giardino romantico della Villa Pernis Vacca è una porzione del più ampio parco che circonda la dimora, e si trova nella parte frontale della villa, accogliendo i visitatori come primo ambiente d’ingresso e introducendo alla scoperta dell’intero giardino.

Questo spazio, densamente alberato e composto prevalentemente da specie ornamentali, conserva ancora oggi la sua struttura originaria. È attraversato da percorsi ombreggiati e arricchito dalla presenza di elementi storici, come un rifugio antiaereo e altri manufatti legati alla vita e alle trasformazioni del complesso.

La definizione di “giardino romantico” richiama un’impostazione paesaggistica che si ispira al giardino all’inglese, diffuso tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. A differenza del giardino all’italiana, ordinato e simmetrico, quello romantico è pensato per esaltare la spontaneità della natura, celebrandone l’aspetto più libero e selvaggio, capace di generare un senso di stupore e meraviglia. Questo approccio, legato alla sensibilità del romanticismo, rispecchia un’idea di paesaggio che non domina la natura, ma la accompagna con discrezione.

Nel giardino della villa, questa visione si esprime attraverso la presenza di piante di grande valore ornamentale: una magnolia monumentale, due alte palme Washingtonia che disegnano l’orizzonte, e due pini Araucaria, dalle forme particolari e scenografiche. Poco distante, un glicine secolare si arrampica con grazia, regalando fioriture spettacolari nei mesi primaverili.

Oggi, sebbene l’area sia in disuso, il giardino romantico continua a raccontare un’idea precisa di bellezza e di relazione tra uomo e natura. Resta una soglia suggestiva tra la dimensione pubblica del paese e quella, più raccolta, della villa. Un luogo che attende di essere riscoperto.

Agrumeto

Nel 1926, la proprietà della Villa passò nelle mani della famiglia Vacca, quando Cosimo Vacca e sua moglie Edivice Perra acquistarono la villa da Giovannica Pernis, figlia di Benvenuto Pernis. Cosimo Vacca era già un affermato agrumicoltore: conosceva bene il mestiere e le esigenze della coltivazione. Con uno sguardo concreto e visionario, avviò una profonda riconversione del terreno, che divenne un vivaio e soprattutto un agrumeto, sfruttando le condizioni favorevoli offerte dal territorio di Milis.

 

Parallelamente, anche la villa iniziò a cambiare volto. Gli spazi interni furono riorganizzati per rispondere a nuove esigenze quotidiane: ambienti prima destinati ad altri usi vennero convertiti in cucine, depositi o garage, e le antiche scuderie adattate per accogliere mezzi agricoli e animali. Le trasformazioni, pur rispettando la struttura originaria, rispecchiavano un nuovo modo di vivere e abitare la proprietà, più legato al lavoro e alla terra che alla rappresentanza.

 

Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, la villa fu temporaneamente requisita per usi militari, subendo modifiche sostanziali e spesso invasive, che ne alterarono ulteriormente l’assetto originario. Fu utilizzata come base militare, adattata per ospitare soldati e operazioni legate alla guerra, con l’introduzione di nuove divisioni interne e l’eliminazione di parte dei tratti decorativi originali.

 

Nel 1949, la famiglia Vacca tornò a risiedere stabilmente nella villa, e in quel periodo l’agrumeto cominciò a prosperare. La visione agricola di Cosimo Vacca si consolidò, e i terreni furono dedicati alla coltivazione di agrumi, che divenne l’attività principale, trasformando la villa in un centro di produzione agricola. L’agrumeto rappresentò per lungo tempo la parte più duratura della proprietà, rimanendo un tratto distintivo anche nei decenni successivi, quando la villa subì altri cambiamenti minori, ma l’agricoltura continuò a prosperare.

 

I membri della famiglia Vacca rimasero nella villa fino al 1977, quando lasciarono definitivamente la dimora. Nonostante le trasformazioni, la parte agricola della proprietà, con l’agrumeto, rimase l’elemento più riconoscibile e persistente nel tempo, segno del legame indissolubile tra la famiglia e la terra che avevano scelto di coltivare.

Gli agrumi di Milis

Tra le peculiarità che caratterizzano Milis, la coltivazione degli agrumi occupa un posto speciale. Qui, grazie alla presenza di sorgenti d’acqua dolce e al clima mite favorito dalla vicinanza del Montiferru — massiccio di origine vulcanica che domina il paesaggio — l’agrumicoltura ha radici antiche e profonde.

 

L’area, come detto, è coltivata ad agrumeti sin dall’epoca medievale. Questa tradizione risale al XII secolo, quando i monaci camaldolesi, insediati in zona, iniziarono a sfruttare le potenzialità agricole del territorio. Il loro ordine, nato in Toscana e dedito alla vita spirituale e al lavoro della terra, promosse opere di bonifica e avviò le prime coltivazioni specializzate in diverse aree, tra cui l’attuale località Cracarzu (un tempo nota come Calcaria), a est del paese. Proprio qui, secondo la documentazione conservata in antichi registri monastici, vennero impiantati i primi agrumeti, con piante di cedro e altri alberi da frutto.

 

Un segno tangibile della loro presenza è riemerso anche nel cuore del paese, all’interno del Palazzo Boyl. Durante i restauri condotti negli anni Ottanta, vennero infatti rinvenute, alla base dell’edificio, tracce di un piccolo convento camaldolese, che avrebbe verosimilmente svolto un ruolo nella gestione e nello sviluppo delle colture nella zona.

 

L’introduzione degli agrumi a Milis si è dimostrata, nel tempo, un’intuizione felice. La coltura ha prosperato fino a diventare il centro dell’economia locale per secoli. Nel corso dell’Ottocento, viaggiatori e studiosi in visita nel paese restavano colpiti dalla ricchezza e dalla bellezza di questi aranceti: tra loro anche un autore francese che li paragonò al mitico Giardino delle Esperidi.

 

Oggi questa tradizione continua a vivere, anche grazie a iniziative di recupero e conservazione. Negli anni Novanta, ad esempio, nel parco della Villa Pernis Vacca è stato impiantato un agrumeto con diverse varietà locali, incluse alcune antiche cultivar ormai rare, come la pompìa, agrume tipico della Sardegna dalle qualità uniche. 

 

A Milis, gli agrumi sono più di una produzione: sono memoria, identità e paesaggio intrecciati insieme.

Anglo-Arabo Sardo

Nel passaggio tra Ottocento e Novecento, in un periodo in cui la Sardegna si affermava come terreno fertile per l’innovazione nell’allevamento equino, Benvenuto Pernis si distinse per una visione tanto audace quanto lungimirante. Insieme al Maggiore B. Percy, pur partendo da approcci zootecnici diversi, fu tra i primi a sostenere un principio oggi ritenuto basilare nella selezione genetica: per consolidare una razza, è necessario introdurre sangue esterno – il cosiddetto out-breeding. Da questa intuizione derivava l’idea che l’incrocio fra cavalli arabi e purosangue inglesi potesse generare un tipo equino particolarmente adatto alle esigenze del territorio sardo.

 

L’obiettivo non era semplicemente quello di ottenere buoni cavalli da sella o da tiro, ma di creare un nuovo tipo: l’anglo-orientale, che sarebbe poi divenuto l’Anglo-Arabo-Sardo, un cavallo capace di unire la resistenza e l’eleganza dell’arabo con la potenza e la velocità dell’inglese. La villa e i terreni circostanti divennero così un vero e proprio laboratorio all’aperto, dove Benvenuto Pernis mise in pratica le sue intuizioni, affinando progressivamente il tipo ideale di cavallo da selezionare.

 

All’interno del Consiglio del Deposito Stalloni, Pernis sostenne con tenacia le sue posizioni anche nei momenti in cui l’uso del purosangue inglese era guardato con sospetto. La sua esperienza diretta e i risultati ottenuti a Milis rendevano le sue argomentazioni fondate e pragmatiche. Le scelte operate nel suo allevamento contribuirono a delineare i tratti distintivi della futura razza sarda, anticipando di fatto i princìpi che sarebbero stati formalizzati anni dopo con il Progetto Grattarola e la nascita dello Stud Book.

 

Già nei primi decenni del Novecento, l’efficacia di questi incroci veniva riconosciuta da esperti come Don Deodato Meloni, che nel suo scritto Indirizzo Ippico in Sardegna documentava come la componente qualitativa dell’allevamento isolano si fondasse proprio su soggetti derivati da base araba rinsanguata con sangue inglese. Anche in ambito militare si registrava un crescente interesse, testimoniato dalla fondazione del Centro di Rifornimento Quadrupedi Militari a Foresta Burgos (1906) e dalla partecipatissima Mostra di Macomer del 1909, in cui vennero esposti oltre 750 soggetti.

 

Benvenuto Pernis fu dunque non solo un allevatore illuminato, ma uno degli attori chiave nella definizione di un’identità ippica sarda moderna. Villa Pernis Vacca, con i suoi spazi razionalmente concepiti, non fu semplicemente una residenza signorile, ma un centro operativo all’avanguardia, dove si lavorava per il futuro dell’allevamento isolano. Lì prese forma un’idea di cavallo che avrebbe segnato la storia dell’isola: forte, elegante, resistente, profondamente sardo.

Camminamento sopraelevato

Sul lato est della Villa si sviluppava un camminamento aereo lungo cento metri, come un grande terrazzo in quota, lungo circa 100 metri e coronato da un pergolato metallico. Accessibile dal piano primo, costituiva una vera e propria galleria di servizio che permetteva il controllo delle attività della scuderia e garantiva il collegamento funzionale tra le diverse aree della tenuta. 

Nei locali sottostanti trovavano posto i box per i cavalli e gli ambienti destinati agli stallieri, a testimonianza del ruolo centrale che l’allevamento equino ebbe nella prima fase di vita della Villa. 

Negli anni Trenta la struttura fu parzialmente demolita, ma i due lacerti murari superstiti – recentemente restaurati – conservano ancora oggi la memoria di un’architettura agricola innovativa, progettata per coniugare eleganza e operatività.  

Terrazzo sospeso, anni '20 del Novecento. Fonte: Angelo Meridda

Rain garden

Nel parco della Villa, il rain garden racconta un nuovo modo di dialogare con l’acqua.
Ispirato ai principi dei Sustainable Urban Drainage Systems, si tratta di un dispositivo di ingegneria naturalistica che si presenta come un’aiuola ribassata che raccoglie le acque meteoriche di ruscellamento provenienti dalle superfici circostanti, trattenendole temporaneamente per poi restituirle al terreno attraverso un sistema di drenaggio composto da ghiaia e terra vegetale.

 Solo in caso di piogge particolarmente intense, l’acqua in eccesso viene convogliata al sistema fognario di via Cappai tramite tubazioni interrate. 

Oltre a ridurre il rischio di allagamenti, il rain garden favorisce la ricarica della falda, migliora la qualità dell’acqua filtrata e crea un habitat vegetale capace di coniugare funzionalità idraulica ed estetica paesaggistica.  

Planimetria del De Candia, 1845. Fonte: Archivio di stato di Cagliari, foglio XI